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Imbolc

Ma che bel pomeriggio di sonnolento mite febbraio. Il cielo ha il colore della carta da zucchero, e quel pallore luminoso che prelude a segrete energie di primavera.

I giorni obbligata in casa a causa di una brutta caduta sul ghiaccio mi stanno restituendo ritmi e silenzi che non ricordavo. Dal tavolo di studio a cui lavoro guardo le ombre del giorno e poi della sera allungarsi e stendersi sul mondo, e mi ricordo quando ero ragazzina, e questi tempi erano quelli delle mie giornate. La scuola, i compiti, il disegno, le letture, la musica, la mia nonna che mi portava un caffè col vassoio e un fiorellino invernale adagiato accanto alla tazzina… Il pregio che devo riconoscere a questo forzato e non voluto riposo sta proprio nella riscoperta di anime della giornata che avevo dimenticato. Un susseguirsi delle ore che ha una ragione intima in sé e per sé, lontano da orologi, scadenze, uffici, appuntamenti, incontri veloci per pranzi fugaci, il mondo che ti scorre addosso e tu che ti ci devi continuamente immergere per scorrere con lui…

Nel silenzio felino della mia casa..popolato da musetti pelosi che vengono a strofinarsi, fusa sommesse, giochi acrobatici per afferrare un topino di peluche…ho potuto vivere in dolcezza il passaggio di questa parte dell’anno, che ha da tempi immemori un proprio nome e una propria vocazione.

Mi piaceva l’idea di dedicare una breve riflessione alla festa di Imbolc, e per una volta non lo farò nel senso storico o della stretta tradizione letteraria, ma nel modo spontaneo e personale che mi è nato nel cuore in questi giorni.

Molto prima che nel mondo esistessero Roma e la Chiesa, in quei tempi che l’archeologia definisce in millenni e secoli avanti Cristo, la cosiddetta preistoria, l’anno veniva scandito in base agli eventi astronomici e alle stagioni, e la sua naturalità veniva concepita in una forma di sacralità immanente, che riconosceva nel mondo naturale l’aspetto vivo, mutevole e al contempo immutabile, del divino. Una sensibilità profonda, dettata certamente dall’intimità necessaria che l’uomo viveva con la Natura. Sebbene non ci siano fonti scritte né prove concrete che consentano di ricostruire per esteso il sistema di credenze e riti che si praticavano in quei secoli lontani, la tradizione medievale irlandese e in parte quella della Gran Bretagna ha conservato elementi che consentono di studiare, tra le maglie dell’interpretatio cristiana, il substrato celtico originario, per quanto con le dovute cautele interpretative.

Imbolc, o Oimelc, era un momento molto speciale dell’anno ed era consacrato alla dea che in irlandese aveva nome Brigit. Era una figura di fanciulla, lucente, radiosa. Il suo nome pare essere riferibile al concetto di ‘inebriante’ ‘esaltante’. In occasione di Imbolc veniva celebrato l’addolcirsi dell’inverno, il primo latte delle pecore, la luce del fuoco che illuminava e riscaldava le case nel cuore dell’inverno. Sotto la neve o nella morsa ancora tangibile del gelo, il bucaneve e le prime foschie odorose del mattino erano promessa di rinascita. E questa rinascita veniva incarnata dalla dea fanciulla. Sue erano le offerte di cereali e candele, suo il nome invocato a protezione degli agnellini appena nati, dei primi boccioli, delle prime albe senza neve.

La successiva cristianizzazione, non riuscendo a cancellare questo antichissimo retaggio, così come per molti altri simili, vi ha sovrapposto una festa che non a caso riprende e si appropria delle peculiarità di Imbolc, la Candelora.

In questi giorni a casa, mi sono concentrata ad osservare ciò che gli antichi forse vedevano in questo momento dell’anno, e che i nostri occhi ormai oscurati dalla tecnologia e dai midia non sanno più vedere. E ho visto…l’ho vista..la luce tenue e tiepida di Imbolc.. L’ho vista nel cielo, che si fa ogni giorno più chiaro, all’alba, quando la luce grigia che precede il sorgere del sole assume sfumature color latte.. L’ho vista nell’aura verdeggiante dell’erba, che ancora scura dal gelo spinge le piccole dita appuntite in flessuosi steli di un verde morbidissimo.. L’ho vista nel turgore coraggioso dei boccioli di rosa, che si stanno gonfiando lentamente e si imporporano sulle braccia ancora brune della pianta..

Mi sono concessa…senza cercarlo veramente..il lusso di questo riposo casalingo..e in esso ho trovato l’anima di Imbolc. Che è un’anima lucente ma sfuggente, come la dea cui veniva consacrata.. E bisogna saper guardare per trovare queste sfumature, questi filamenti di primavera nel cielo fumoso dell’inverno.. La nebbia, è la nebbia, credo, il veicolo più vivo di Imbolc…così come all’inizio della stagione del buio proprio le nebbie portano il sentore dell’inverno, così nelle mattine del periodo che oggi chiamiamo febbraio le brume odorano di semi dischiusi, umori fertili della terra che si risveglia.. La nebbia ha capelli fluenti e fragranza di foglie in boccio sotto le foglie morte dell’inverno, e punge il naso, sa di legna che arde, da si erba che cresce… Ispira, accarezza, inebria…proprio come l’inebriante esaltante Brigit…

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