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…la campagna che rinasce..tanti ricordi e una riflessione…
Un so
le morbido, dalle sfumature colore dell’ambra, irrora luce sul mondo, incidendo ombre profonde nel drappeggio della tenda… Il cielo è simile a panna, sinuoso e ammiccante, accoglie le braccia ancora scure degli alberi e ne fa arabeschi sopra la mia testa… Un profumo indefinibile nell’aria, sentore di campagne aperte e roveti, di rami gonfi di linfa..di scoli in timido fiore, punteggiati dall’azzurro minuto degli Occhietti della Madonna…
La mia campagna si sta risvegliando tutta.. Un fremito sottile, impercettibile, come un respiro tremante… La primavera sta tornando a illuminare il mondo…
Mi ricordo gli anni lontani dell’infanzia, quando con mia nonna andavamo a cercare le viole sulle sponde degli scoli, nei vigneti, lungo carreggiate sterrate che si immergevano nei campi…
Oggi molto di quel paesaggio è perduto, anche la campagna è stata via via addomesticata, regolamentata, imbrigliata in una scacchiera ordinata di stradine e canali irrigui… I piccoli vigneti, quelli a gestione famigliare, si sono diradati fin quasi a scomparire… E lungo i sentieri tra i filari del grano non fioriscono più i ranuncoli, le viole e i fiordalisi e i papaveri… L’anima colorata della campagna si è affievolita adagio, nel crescente rigore asettico di panorami tutti uguali… Le spighe del grano, le foglie della soia, gli alti fusti del mais..omologati in dimensione colore e forma… Uno stupro della Natura metodico e programmato, efficiente, impeccabile, ha raccolto in singoli denominatori tutti gli strali selvatici che facevano della campagna un mondo fertile, fiorito, gioiosamente sregolato…e li ha cancellati.
Mi guardo intorno e mi sembra che il mondo di oggi funzioni per vocazione esattamente a questo modo. C’è un disperato tentativo globale, dichiarato e non, di azzerare i particolarismi, le diversità, le singolarità… Una sensibilità profonda si sta risvegliando, forse stimolata proprio dall’inevitabile degrado verso cui il mondo sta correndo a perdifiato…perché nella sua foga inarrestabile mossa dal denaro, l’Occidente dimentica quanto ciascuna cosa, fenomeno, creatura sia speciale in sé stessa. E’ bizzarro che un mondo tanto schiavo dell’egoismo stia cancellando la bellezza selvatica dell’individualismo. Il desiderio di omologazione che si tenta di inculcare, e che così spesso televisione e media fomentano, stride in profondità con la singolarità di ciascuno…con la grazia di un papavero che spicca su un mare d’oro di grano maturo…
La lente chiarificatrice della storia consente frequentemente di contemplare con distanza sana gli eventi, ne sfuma gli eccessi, ne espande le implicazioni.. E’ come trovarsi sulla cima aspra di una montagna e guardare giù… Il mondo appare così piccolo a volte, tutto preso nei suoi corsi e ricorsi… Dimentico di ripetere ogni volta con un cerchio più ampio il balzo della spirale da cui proviene…
Il mondo spesso dimentica sé stesso. Le fonti da cui si è generato, oltre le quali è morto e marcito, le sorgenti a cui ha attinto per rinascere… E in fondo a tutto, l’uomo è sempre l’uomo… Identico nelle sue potenzialità oscure e generose, allo stesso tempo sempre nuovo per le dinamiche antropologiche della cultura in cui viene plasmato…
Guardo la mia gattina che chiude a fessura i grandi occhioni color ambra…e le ricambio il gesto..
Mi chiedo quanti uomini e donne prima di me, prima di questo giorno, abbiano dedicato una riflessione agli stessi pensieri che sto inseguendo io nella solitudine ambrata di questo pomeriggio di lavoro a database, e mi chiedo quanti ne verranno…
Ricordo un autore latino…credo Seneca..che ha scritto qualcosa di molto simile, quasi due millenni fa.. Egli si interrogava sugli antichi che lo avevano preceduto…e sugli uomini futuri che sarebbero venuti dopo di lui.. E io che sono qui e raccolgo quello stesso anelito di pensiero, non posso non sorridere e sentirmi onorata…all’idea di essere stata nei pensieri..di un simile grande uomo…
Imbolc
Ma che bel pomeriggio di sonnolento mite febbraio. Il cielo ha il colore della carta da zucchero, e quel pallore luminoso che prelude a segrete energie di primavera.
I giorni obbligata in casa a causa di una brutta caduta sul ghiaccio mi stanno restituendo ritmi e silenzi che non ricordavo. Dal tavolo di studio a cui lavoro guardo le ombre del giorno e poi della sera allungarsi e stendersi sul mondo, e mi ricordo quando ero ragazzina, e questi tempi erano quelli delle mie giornate. La scuola, i compiti, il disegno, le letture, la musica, la mia nonna che mi portava un caffè col vassoio e un fiorellino invernale adagiato accanto alla tazzina… Il pregio che devo riconoscere a questo forzato e non voluto riposo sta proprio nella riscoperta di anime della giornata che avevo dimenticato. Un susseguirsi delle ore che ha una ragione intima in sé e per sé, lontano da orologi, scadenze, uffici, appuntamenti, incontri veloci per pranzi fugaci, il mondo che ti scorre addosso e tu che ti ci devi continuamente immergere per scorrere con lui…
Nel silenzio felino della mia casa..popolato da musetti pelosi che vengono a strofinarsi, fusa sommesse, giochi acrobatici per afferrare un topino di peluche…ho potuto vivere in dolcezza il passaggio di questa parte dell’anno, che ha da tempi immemori un proprio nome e una propria vocazione.
Mi piaceva l’idea di dedicare una breve riflessione alla festa di Imbolc, e per una volta non lo farò nel senso storico o della stretta tradizione letteraria, ma nel modo spontaneo e personale che mi è nato nel cuore in questi giorni.
Molto prima che nel mondo esistessero Roma e la Chiesa, in quei tempi che l’archeologia definisce in millenni e secoli avanti Cristo, la cosiddetta preistoria, l’anno veniva scandito in base agli eventi astronomici e alle stagioni, e la sua naturalità veniva concepita in una forma di sacralità immanente, che riconosceva nel mondo naturale l’aspetto vivo, mutevole e al contempo immutabile, del divino. Una sensibilità profonda, dettata certamente dall’intimità necessaria che l’uomo viveva con la Natura. Sebbene non ci siano fonti scritte né prove concrete che consentano di ricostruire per esteso il sistema di credenze e riti che si praticavano in quei secoli lontani, la tradizione medievale irlandese e in parte quella della Gran Bretagna ha conservato elementi che consentono di studiare, tra le maglie dell’interpretatio cristiana, il substrato celtico originario, per quanto con le dovute cautele interpretative.
Imbolc, o Oimelc, era un momento molto speciale dell’anno ed era consacrato alla dea che in irlandese aveva nome Brigit. Era una figura di fanciulla, lucente, radiosa. Il suo nome pare essere riferibile al concetto di ‘inebriante’ ‘esaltante’. In occasione di Imbolc veniva celebrato l’addolcirsi dell’inverno, il primo latte delle pecore, la luce del fuoco che illuminava e riscaldava le case nel cuore dell’inverno. Sotto la neve o nella morsa ancora tangibile del gelo, il bucaneve e le prime foschie odorose del mattino erano promessa di rinascita. E questa rinascita veniva incarnata dalla dea fanciulla. Sue erano le offerte di cereali e candele, suo il nome invocato a protezione degli agnellini appena nati, dei primi boccioli, delle prime albe senza neve.
La successiva cristianizzazione, non riuscendo a cancellare questo antichissimo retaggio, così come per molti altri simili, vi ha sovrapposto una festa che non a caso riprende e si appropria delle peculiarità di Imbolc, la Candelora.
In questi giorni a casa, mi sono concentrata ad osservare ciò che gli antichi forse vedevano in questo momento dell’anno, e che i nostri occhi ormai oscurati dalla tecnologia e dai midia non sanno più vedere. E ho visto…l’ho vista..la luce tenue e tiepida di Imbolc.. L’ho vista nel cielo, che si fa ogni giorno più chiaro, all’alba, quando la luce grigia che precede il sorgere del sole assume sfumature color latte.. L’ho vista nell’aura verdeggiante dell’erba, che ancora scura dal gelo spinge le piccole dita appuntite in flessuosi steli di un verde morbidissimo.. L’ho vista nel turgore coraggioso dei boccioli di rosa, che si stanno gonfiando lentamente e si imporporano sulle braccia ancora brune della pianta..
Mi sono concessa…senza cercarlo veramente..il lusso di questo riposo casalingo..e in esso ho trovato l’anima di Imbolc. Che è un’anima lucente ma sfuggente, come la dea cui veniva consacrata.. E bisogna saper guardare per trovare queste sfumature, questi filamenti di primavera nel cielo fumoso dell’inverno.. La nebbia, è la nebbia, credo, il veicolo più vivo di Imbolc…così come all’inizio della stagione del buio proprio le nebbie portano il sentore dell’inverno, così nelle mattine del periodo che oggi chiamiamo febbraio le brume odorano di semi dischiusi, umori fertili della terra che si risveglia.. La nebbia ha capelli fluenti e fragranza di foglie in boccio sotto le foglie morte dell’inverno, e punge il naso, sa di legna che arde, da si erba che cresce… Ispira, accarezza, inebria…proprio come l’inebriante esaltante Brigit…
…l’inverno..brina, fuoco e Grimbergen!
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…mi piace pensare di rimettere mano a questo sito nel cuore ghiacciato di dicembre..
..il tempo cambia tutto, stravolge, rivoluziona, a volte uccide e basta, altre volte ravviva fortifica e infervora…ma ci sono cose che non cambiano..e tra queste, c’è il mio amore per l’inverno!
In questi mesi leggo e ascolto di amici che non sopportano il freddo, si lamentano della pioggia, della brina, del ghiaccio.. Comprensibilmente, potrebbe sembrare, ma a mio parere no.
L’inverno ha in sè la forza potente e austera di ciò che finisce..un sonno, un affioevolirsi inesorabile, il dolce morire.. E’ quella morte che consente alla vita di rinascere poi a primavera.. Io percepisco una profonda poesia in questo silenzioso infinito crepuscolo. La pioggia, le brume fredde, fino al chiarore soffice e immacolato della neve, sono le magie che l’inverno compie ad ogni suo ciclo, sono la sua voce e il suo canto..
Nelle sere fredde della mia terra, quando la nebbia si stringe intorno al respiro o negli strali di terso limpido sereno, con la luna che falcia la notte, penso che più di tutte le altre l’inverno ricorda a noi miseri uomini di oggi la grandezza dei nostri avi, che in questi geli vivevano e combattevano, tenendo a bada il ghiaccio e le tenebre col vivo respiro del fuoco, senza pareti coibentate a lana di vetro o riscaldamento a pavimento sotto liscie piastrelle di maiolica.. Il mondo di oggi è così comodo, lussuoso, autocompiaciuto e saccente.. Così l’inverno diviene una scocciatura, una noia.. Occorre imbacuccarsi in impermeabili giacche a vento di piumino, accendere i termosifoni, rinchiudersi in casa.. Ehh in effetti…che grandiose difficoltà!
No io…credo invece che..proprio i grandiosi silenzi dell’inverno, la dolcezza delle sue nebbie, l’insistenza delle sue piogge, abbiano in sè la forza inesorabile della Natura, nella sua accezione più aspra, ma non per questo meno bella…
Così è bello la mattina aprire il battente di legno e lasciarsi riempire gli occhi dalla luce candida delle brine che imperlano il giardino e la piccola quercia.. E’ bello la notte ascoltare il picchiare della pioggia sui vetri e sul tetto… E’ bello contemplare la neve che lentissima scivola e danza sul mondo, trasformando strade campi e piazze in arazzi di luce.. E’ bello perdersi a guardare nei vorticanti respiri della nebbia, che tanta parte ha nel carattere più antico di questa terra…
L’inverno è un momento di raccoglimento…e io lo amo per questo.. Perché mi fa apprezzare la meraviglia del tepore di un abbraccio familiare e la delicatezza delle fusa delle mie micine, grate di stare in braccio quell’istante prima di divincolarsi e scappare via… L’inverno è gemello speculare del suo grande alleato e avversario, che è il fuoco… Il fuoco che si accende nelle case, nella grotta profonda restituita ai nostri giorni dal camino…e che coi suoi tempi e i suoi gesti riporta antiche ombre e danze nelle nostre case, una celebrazione infinita della vita, le fiamme sono come volti e corpi in perpetuo movimento, anime tormentate e gioiose, occhi ardenti tra le braci…
..per tutto questo…io amo l’inverno…ne amo ogni aspetto, e proprio contemplando il fuoco, le sue architetture ardite sfaldanti e dirompenti, mi gusto una corposa Grimbergen double e penso che…..la vita è un cerchio, una tempesta, ma è amabile e sa farsi godere in infinite piccole cose…dalle fusa di una micina birichina, al sommesso respirare del fuoco, alle screziature d’ambra e granato ondeggianti in un bicchiere di birra…
Per qualche giorno nel cuore dell’Alsazia
Strasburgo è una città meravigliosa e purtroppo ben poco conosciuta…se non per il fatto che è la sede dell’emiciclo dell’Unione Europea…
Nel cuore verde e ondulato dell’Alsazia, tra vigneti campi di grano dorato e cieli tempestosi, Strasburgo sorge come un gioiello, antica, densa di storia, percorsa da genti di ogni provenienza… Dal cuore francese ma dalle vicissitudine tedesche, con la sua cattedrale che somiglia a merletti di sole stagliati nel cielo, coi suoi corsi d’acqua che specchiano affascinanti case a graticcio popolate di fiori e colombaie, è una città a misura d’uomo nel senso più semplice e completo del termine: passeggiate a piedi e in bicicletta sono consigliate e costituiscono il modo migliore per conoscerla e apprezzarne anche gli angoli più segreti.. Il suo tram elettrico la percorre in lungo e in largo fino alla periferia, consentendo spostamenti rapidi senza l’orpello della macchina, tuttavia sono frequenti e ampi anche i parcheggi che servono direttamente il centro storico.
Elegante, calorosa, assomiglia a un dipinto seicentesco, immortalata in profili di epoche passate che stringono il cuore e fanno pensare ad altri giorni..ad altri tempi…..
Come una magia si rivela agli occhi del visitatore…che ne rimane incantato..soggiogato… E’ un fascino intimo e sottile, che va diritto al cuore…
L’Alsazia e Strasburgo meritano certamente di essere viste almeno una volta nella vita!!!
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Assisi a Calendimaggio
Assisi è stata una vera scoperta! Il suo nome, l’aura di antico che lo circonda, evoca da solo pensieri di boschi torrenti e valli, quegli stessi luoghi facili da disegnare nella mente leggendo Il cantico delle creature di Francesco…
Spirito interessante e senza tempo quello del fraticello di Assisi…di certo una mente illuminata in quei giorni così violenti e tormentati… In realtà non è stato un anelito spirituale a condurci là! Io e la mia sorellina…eravamo già a Perugia…città bellissima su cui però stenderei un velo pietoso per ben altre ragioni…
L’idea di vedere Assisi è nata in una mattina di sole…maggio poi è un mese fantastico e col sole tutto era verdeggiante e illuminato d’oro.. Siamo arrivate ad Assisi e abbiamo parcheggiato in un comodissimo parcheggio-torre che serve il centro storico… un’idea molto semplice ed efficace che pare non aver mai sfiorato invece le coscienze perugine! Ma a parte questo…lo splendore della città medievale è stato incredibile! Una corona di mura color sabbia che scivola sinuosa sulle colline! Assisi è una fetta di Medioevo rimasta nel nostro mondo! Bellissima e semplice nella sua perfezione… Abbiamo passeggiato lungo le viuzze strette del centro..visitato la chiesa di santa Chiara..e poi..siamo salite alla rocca! La passeggiata è spettacolare…si sale fino al terrazzo naturale del colle che si affaccia sulla campagna umbra..un rincorrersi di ori e verdi..di ocre e rossi…
Il castello è davvero ben tenuto! Un misto di sapienti restauri che nulla hanno tolto alla bellezza antica e austera di una simile fortezza.. Gli interni sono quasi interamente visitabili, compresi la stanza della guardia e la sala dei banchetti.. Qui in particolare ho trovato davvero raffinata l’idea di popolare gli ambienti con manichini di paglia…abbigliati sontuosamente..che riempiono le scalinate con mantelli di velluto e strascichi lussuosi! Suggestiva l’esposizione di fotografie lungo tutto il percorso della visita, che illustrano le feste di Calendimaggio svolte nella città da gruppi di rievocazione medievale. La scelta artistica delle riprese e la perfezione dei corstumi, delle luci e delle scene ricreate ammanta il passaggio di un sentimento molto bello..una sorta di galleria nella quale si percorrono giorni passati… si immaginano volti ed espressioni non più del nostro tempo…
Emozionate anche il lunghissimo passaggio di comunicazione tra il corpo del castello e il torrione poligonale cinquecentesco…
Nel complesso davvero un luogo magico…evocativo..perfettamente conservato e restaurato..capace di immergere il visitatore in un ambiente maestoso, ancora intimamente pervaso dalla forza e dall’austerità di quei giorni lontani…
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